utopia urbana, utopia palermitana

30 novembre 2011 di: Ersilia Mazzarino

Il bel numero 5/2011 di Mezzocielo, la relazione di Augusto Cavadi e gli appassionati interventi delle partecipanti all’incontro di presentazione del 23 novembre al Kalhesa, mi suggeriscono alcune riflessioni. La prima è di condivisione del significato vitale e progressivo del termine “Utopia” e della sua necessità in momenti decisivi come quelli ora attraversati dalla nostra società e dalla nostra città. Mai infatti la percezione dell’emergenza dei valori, dei costumi, delle regole di convivenza e dei diritti democratici è stata altrettanto acuta. E ciò non solo per la conclamata recessione, per l’assalto dei mercati azionari e per la crisi delle economie occidentali, quanto per la constatazione dell’esaurimento di un sistema che, consumate le iniziali energie fondative e perdutone ormai il controllo, appare destinato alla degenerazione e consunzione. Ci salvi dunque l’utopia, terra promessa dell’anima, che dai Moro, Bacone, Campanella, Bruno fino ai Gandhi, Luther King, Sadat, Begin, nonché ai giovani delle primavere africane, ha passato il testimone della speranza di ricreare un tempo migliore.

A patto che la sua luce non si illuda di spazzare via il buio e le miserie dello stato reale delle cose con cui si confronta, senza misurarsi con essi e farne i conti; senza correre il rischio di ”sporcarsi” e “stingersi” un poco, pur di non perderne i contatti; senza deporre la presunzione di farsi verità una volta per tutte e per sempre. Insomma senza la consapevolezza che il passaggio da idea a progetto e da progetto ad azione “in situazione” (termine caro a Sartre), comporterà la verifica e la misurazione costante dell’impegno con i vincoli e gli ostacoli che dall’esterno lo condizionano.

Il che significa comprendere che il tessuto sociale in cui insistere per rifondare la nostra società, è “questo qui” (l’antico aristotelico “to de ti”): “questo” dell’omologazione di un buon ottanta per cento dei suoi componenti ad un modello di consumi e di benessere quantitativo, sordo ai richiami della salvaguardia ambientale, dell’equità sociale, della solidarietà; “questo” dell’apparire più che dell’essere, del guadagno, dell’edonismo, del mito della prestanza fisica e del rifiuto del limite, della malattia, della diversità; “questo” del diritto del più forte sul più debole, del più bello sul più brutto, del più ricco sul più povero, del più raccomandato sul più meritevole.

Con le conseguenze, tanto per scendere ad un riscontro di vita quotidiana nella disgregazione del tessuto urbano delle nostre città, dove regnano incuria, abbandono, assenza di civismo, prepotenza, abusivismo, aree degradate, emergenza rifiuti, caos stradale etc. Dalle quali si deve dunque partire, affrontarle e farsi ”convincenti” e proporsi credibilmente, dimostrando che «è più conveniente per tutti» leggere i bisogni reciproci e trasformarli in diritti di cittadinanza, darsi regole condivise, rispettarsi, riconoscersi uguali nel significato più antico e responsabile della democrazia.

È quello che si suole definire un programma di sinistra, di una sinistra che sappia riprendersi in mano, per tesserlo di nuovo, il filo di una comunicazione diretta, fatta di ascolto e di risposte con la base cui si rivolge, consapevole di avviare un percorso contrastato e accidentato, cui andranno diretti non solo il pensiero e l’azione, ma l’intero impegno di vita e forse perfino la propria esistenza, da qualunque porzione di partecipazione si provenga, qualunque professione o lavoro si eserciti, qualunque ruolo sociale si rivesta e ricopra.

Perché, contrariamente, l’esercizio dell’utopia non diverrà nobile manifestazione del primato delle capacità intellettuali e morali sugli impulsi e sugli istinti individuali, ma sterile celebrazione di un rito da “anime belle che si contano” in sparuti cenacoli per autoconfermarsi e legittimare se stesse.

5 commenti su questo articolo:

  1. Ina ha detto:

    Ottimo artcolo e acute riflessioni che condivido a proposito dell’utopia che resterà tale se ,come scrive Ersilia Mazzarino,
    non cambieremo il nostro modo di essere cittadine e cittadini di una società ormai omologata al peggio. Noi possiamo ancora cambiare tutto a patto che….! Complimenti.

  2. Paolo.R ha detto:

    Gentile Ersilia il suo è un ottimo articolo, stimolante per noi che fin ora siamo stati pessimi cittadini.

  3. ROBERTA ha detto:

    questo articolo accende un faro sui comportamenti della società e di noi cittadini. siamo ridotti malissimo ma non è un’utopia quella proposta dall’articolo. ci invoglia a salvarci finché siamo in tempo e io credo che siamo ancora in tempo. diAMOCI FORZA!!!

  4. simonetta ha detto:

    Uno spaccato della nostra città e della società. Si deve cambiare tutto e tutto parte da noi che abitiamo la città e possiamo essere protagoniste di cambiamento. votiamo bene a stiamo attente agli INCIUCI. l’articolo fa riflettere.

  5. ornella papitto ha detto:

    Ero lì, al Kalhesa; ero quella che ha chiesto al Prof. Cavadi, la differenza tra utopia e illusione. Non sono ancora convinta della sua spiegazione. Il tuo articolo è bello e scorrevole. Fa riflettere molto. Ho già scritto qualcosa su Palermo, le donne e la politica ma è un po’ troppo lungo per questo spazio. Anche se c’ero, lì, non mi reputo “un’anima bella”, ma un’anima alla ricerca, come molte di noi.

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