Li iornu di li morti

1 novembre 2011 di: Luthien Cangemi

In Novembre si schiudono le porte dell’Inverno, che accoglie di buon grado i vivi e i morti e da un’occasione a quest’ultimi di camminare nuovamente sulla terra. Delle tre festività che aiutano i vivi a traghettare in un’altra dimensione, quella invernale per l’appunto, si è dimenticato il gusto antico e folcloristico.

Tanti giovani vagano per le strade vestiti in maniera evocativa da spettri, diavoli o altri mostri per festeggiare qualcosa di cui non riescono a percepirne la sostanza.  Disinformati o per nulla curiosi di conoscere l’importanza che aveva questa notte a cavallo tra il 31 Ottobre e l’1 Novembre, presso le popolazioni celtiche il Samhain, la notte che precedeva la Fleadh nan Mairdb – la Festa dei Morti – ad oggi semplicemente “Halloween”. La dialettica tra il Samhain e la Fleadh nan Mairdh viene se da un lato accentuata, dall’altro lato interrotta dall’avvento del Cristianesimo che porta con sè la festa di Ognissanti, riuscendo a distaccare le due feste. Si crea così un collegamento di cultura cristiana che determina l’allontanamento dalla nuova sfera religiosa della notte di fuochi e di paura di Samhain.

Con il passare del tempo non è rimasto molto delle motivazioni da addurre alle sovrapposizioni culturali e religiose di alcune feste, ciò che rendeva magico e folcloristico l’unità di questi tre giorni è andato quasi perduto. Chiunque festeggia con tre spiriti diversi questo unico passaggio alla stagione invernale, al letargo, alla morte e poi alla vita.

Ancora fino a pochi anni fa in Sicilia, un po’ di magia e superstizione sono rimaste. Ne li ìornu di li morti, i bambini si svegliavano e ad attenderli vi erano i regali che i defunti avevano lasciato la notte. Ogni generazione racconta alla successiva che i defunti uscivano dalle tombe in ordine, prima coloro che morirono di morte naturale, poi i giustiziati e poi i disgraziati; in fila indiana percorrevano silenziosamente le strade della città, requisivano ai commercianti frutta di martorana, pupi ri zuccaru, vestiti e giocattoli per donarli ai bambini della propria famiglia. I fanciulli, rincuorati che i defunti tornassero a camminare sulla terra, grati ai loro avi dei dono ricevuti, forse avrebbero avuto meno paura della morte.

In questo periodo di feste che avviano un nuovo ciclo invernale, è evidente che nel giro di pochi anni i siciliani, popolo con una grande identità culturale da difendere, non siano più in grado di tenere vive le credenze e le superstizioni locali. Forse non siamo più in grado di coltivare tali tradizioni perché presi dalla frenetica routine quotidiana? Oppure questi anni di superstizioni sono stati analizzati, compresi, razionalizzati da ogni individuo e archiviati? Qualsiasi sia la motivazione è indubbio che le nuove generazioni non siano più sensibili alle superstizioni; ormai rivolgono la loro attenzione altrove.

2 commenti su questo articolo:

  1. simona mafai ha detto:

    Articolo molto interessante. Grazie per le informazioni sulle radici della festa di Halloween; è sempre emozionane riscontrare come certe esigenze umane, collegate alle scadenze dei tempi naturali e arricchite da capacità fantastiche, attraversino millenni, continenti e religioni e, sia pure in modo confuso e conflittuale, ci uniscano tutte e tutti.
    Non condivido però il rimpianto per le superstizioni, che infiniti danni hanno portato alla Sicilia. Analizzare, comprendere, razionalizzare le superstizioni credo sia un processo largamente positivo. Che esse lascino, come impronta della loro scomparsa, occasioni di convivenza e vasti recuperi di fantasia, consideriamolo un arricchimento di vite quotidiane forse troppo dominate dal solo fattore economico.

  2. Luthien Cangemi ha detto:

    mi fa piacere che ti sia piciuta la prima parte, speravo che destasse interesse e curiosità!
    Per quanto riguarda le superstizioni… forse non sono stata io troppo chiare nel pezzo, però tengo a precisare che non sono a favore del sopportare passivamente e credere ingenuamente ad una superstizione. E’ ovvio che di una credenza popolare bisogni trovare la sua nascita, il suo input iniziale per la costruzione postuma della tradizione, per capire come i nostri avi giustificassero un evento naturale e non; è interessante scoprire come le generazioni (o società) precedenti vivessero nel loro intimo le tradizioni e le superstizioni locali.
    E’ altrettanto importante non dimenticare il gusto poetico e magico di queste tradizioni, nel senso che i “vasti recuperi di fantastia” di cui ti parli mi sembra che stiano venendo a mancare nelle nuove generazioni; e se vengono meno questi a poco a poco si dissolverà l’ “occasione di convivenza”, la festività. E’ un gioco di contrappesi, quando una cosa perde di significato poi inevitabilmente, con il tempo, viene dimenticata… e temo che possa accadere questo ad alcune credenze popolari che hanno dato luogo a festività.

    Un esempio che può sembrare banale, ma secondo me è molto significativo:
    quando ero piccola c’era un programma televisivo per bambini “l’albero azzuro”, dove ogni volta a ridosso delle feste facevano una puntata a tema della festività in questione; mi ricordo distintamente che facevano anche la puntata a tema di Ognissanti…
    Adesso invece, nei programmi per bambini la parola Ognissanti non esiste più fanno la puntata a tema di Halloween e quella puntata rimane più impressa nelle loro menti piuttosto che la frutta di martorana o il giocattolo che i genitori fanno trovare la mattina al figlio.
    Ci sono ragazzi anche di 15 anni (quindi non proprio pargoli) che non hanno idea della differenza tra Ognissanti e la Commemorazione dei Defunti, che confondono i giorni o che non li hanno mai festeggiati.

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