L’intima dittatura postdemocratica

27 novembre 2011 di: Luthien Cangemi

Nelle ultime settimane si sono svolti eventi che hanno determinato una cesura storica in ambito politico tutt’altro che indifferenti. Partendo dalla macroeconomia, con crisi del sistema capitalistico mondiale, passando per la nostra microeconomia: con dimissioni dell’ex premier e dell’istituzione di un governo tecnico di emergenza; in presenza di cesure storico-politiche è inevitabile soffermarsi a riflettere. Quali sono le leggi che regolano la nostra società?

Se la libertà è partecipazione, nella postdemocrazia in cui viviamo c’è spazio per la libertà partecipativa? Caratteristica imprescindibile di una società democratica è la partecipazione attiva al dibattito politico; nei primi anni del XXI secolo si assiste invece ad una crescente passività dei cittadini, soprattutto nella fascia giovanile d’età. La democrazia rappresentativa sempre un concetto astratto inafferrabile, sembra ormai un meccanismo al tramonto della sua storia, e la gente vive la Politica come un oggetto incomprensibile, estraneo dalla propria vita privata, come se fosse una pressione esterna da accettare passivamente e con rassegnazione.

Oggi siamo testimoni di un sistema postdemocratico, il politologo inglese Colin Crouch descrive esattamente un tempo di incertezza: “L’idea postdemocratica ci aiuta a descrivere situazioni in cui una condizione di noia, frustrazione e disillusione fa seguito a una fase democratica” sempre più formale, che si autodefinisce “liberale” e dove la possibilità di partecipare delle masse è sempre più ridotta. La struttura esterna della democrazia rimane in piedi, ma sono sempre di più le élites privilegiate a prendere il potere. Quante volte sarà capitato agli elettori di sentire un genuino fermento preelettorale a ridosso di una votazione, ma al termine di queste la politica viene decisa in privato dallo scambio di favori tra i governi eletti e le lobbies. Si avvia così un meccanismo per cui tanto meno la gente partecipa al dibattito politico, tanto più i poteri economici forti premono sulla politica a proprio favore. Siamo testimoni dell’avvio di una “parabola discendente” della democrazia, come la definisce Colin Crouch, dove si perdono i valori e gli obiettivi più alti di un sistema democratico. Forse è il momento di rimettere in discussione i sistemi di aggregazione sociale che vogliamo e il sistema economico; un nuovo ordine di cose che possa risollevare equamente le nazioni del vecchio continente.

4 commenti su questo articolo:

  1. Rosanna Pirajno ha detto:

    hai detto bene, la gente si è allontanata dalla partecipazione perché non crede più nella classe politica ma ha voglia di Politica e difatti, per fortuna, ci sono fermenti nella società che si auto-organizza per trovare spazi decisionali per sé. Noi speriamo che ce la faccia(mo)….

  2. annaira ladidà ladidà ha detto:

    se più in basso di cosi non possiamo andare,non possiamo che risalire…il fatto è che ogni volta sembriamo aver toccato il fondo,ma poi scendiamo ancora di più..a questo punto si può parlare di una morte delle coscienze senza precedenti in cui il segno più grave è davvero la più passiva accettazione dello stato di cose…ma la verità è che non si può dare colpa alla politica,come fosse un ente separato dalla gente,astratto:la classe politica è esattamente lo specchio di un paese,uno spaccato visibile a tutti della bassezza in cui versa e in cui il paese stesso si riconosce,dato che solleva solo timide e asistematiche azioni di opposizione,mai decisive e che facilmente sono strumentalizzate dalla classe dirigente stessa e riportate dai media come malcontento di una ristretta minoranza capricciosa e “comunista”…francamente penso che chiunque volgia cercare un modo di reagire si senta cn le mani legate al momento:nulla cambierà finche tutti non capiranno che è inefficace(lo dicono i fatti)lamentare la rabbia verso un qualcuno qualsiasi al governo perchè siamo noi stessi che non sappiamo in cosa crediamo,quali sono i nostri obiettivi,quale immagine avere di noi stessi e da restituire alle altre nazioni..rem tenes verba sequentur…

  3. annaira ladidà ladidà ha detto:

    cmq,luthien,al di là dell amarezza delmio commento,sei sempre bravissima,efficace e coerente con le tue ferventi idee…se ci fossero più persone cosi consapevoli tutto andrebbe diversamente,continua a dare voce all”italia diversa”!

  4. Luthien Cangemi ha detto:

    Rosanna hai perfettamente ragione però permettimi di dissentire solo su un piccolo particolare, nella mia esperienza di politica universitaria mi accorgo sempre più che gli studenti non riconoscono in queste “società autorganizzate” un valido momento di aggregazione per il dibattito politico o per fini sociali. Spesso snobbano e non comprendono le finalità di un’associazione (e nemmeno di un sindacato, il che è anche più grave)… insomma si distaccano dai politici ma non vedono che (forse) un’alternativa per esprimersi al meglio c’è e si può costruire insieme.

    Arianna mi aspettavo proprio un commento del genere da te!! Grazie 🙂

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