viaggiare, oh viaggiare, cercando cartelli stradali

29 agosto 2011 di: Rosanna Pirajno

Io la Sicilia, il suo funzionamento pubblico e privato che è insieme dannazione e resurrezione, la condenso in un segnale stradale, o meglio nell’assenza di indicazioni stradali sempre e dovunque si debba prendere una direzione senza tom tom che ti tolga d’impiccio.

La Sicilia come metafora, dunque, una regione dove è esperienza comune cercare per le strade di una città, anche la tua che presumi di conoscere meglio, e non trovare in nessun muro di cantoniera il nome della strada che stai percorrendo, giusto per imbroccare l’incrocio con la traversa di cui pure cercherai invano il nome. Uno straccio di scrittura a mascherine, targa marmorea o perfino in plastica  o palo pubblicitario con il nome dell’illustre concittadino a cui dovremmo imperitura riconoscenza, semplicemente non c’è.

E quando c’è, può succedere che via Bainsizza diventi Saisizza senza che l’ufficio toponomastica o i residenti se ne prendano cura. Tutto nella norma, tanto si sa che «dumannari unnè vriogna, cu avi vucca passa u mari, un favuri un si nega a nnuddu» e che la risposta alla tua domanda – ma come si chiama questa strada – arriverà puntualmente dal negoziante, dal portiere, dall’ambulante, dal passante, al quale si è costretti a rivolgersi. Un poco meno nella norma è quando l’indicazione stradale latita nelle strade statali o provinciali, quando a fermarti per informazioni corri rischi di tamponamenti o proprio non c’è nessuno a cui rivolgersi.

Ecco la mia metafora della Sicilia, aggiornata: strada provinciale, bivio con indicazione per una famosa località turistica con arcinoto santuario, secondo incrocio punteggiato di una selva di indicazioni di hotel, B&B, ospedali, caserme, ristoranti e vattelapesca, ma della via per il santuario neppure l’ombra. Non esattamente, perché se ti soffermi (in auto, naturalmente) sotto il palo innestato di cartelli intravvedi lo scarabocchio vergato da mano provvidenziale, su un striscia di cartoncino, del nome che cerchi con relativa freccia e legaccio che lo tiene su. Il viaggiatore frastornato può così imboccare la retta via, trovando dopo pochi metri tutti i cartelli istituzionali della bisogna.

La Sicilia per me è questa: un misto di sciatteria e di generosità, di inefficienza e di inventiva, di strafottenza e di umorismo seppure involontario, un intrico ben riuscito di vizi e virtù che se la battono tra pubblico e privato, tra quel che siamo e quel che vorremmo apparire. Il tutto però tra spreco di denaro, risorse, territorio, intelligenze,  che continuiamo a perpetrare cum summo gaudio.

1 commento su questo articolo:

  1. Marcella Geraci ha detto:

    La Sicilia è veramente così. A questo posso anche aggiungere la mia esperienza di identificazione del territorio in cui vivo. Purtroppo sono tra quelli che, al nome di una strada, quasi mai riescono a cogliere velocemente di quale strada si tratta. Così occorre menzionare un negozio o un monumento o una caratteristica particolare di quella strada per identificarla. E non posso neanche dare la colpa alle targhe che mancano. Allora mi sento anch’io rapita dal consumismo visto che, nel mio immaginario quotidiano, sono spesso i negozi, e non i nomi dei personaggi o degli eventi della nostra storia, a contraddistinguere gli spazi della città.

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