una modella di dieci anni

12 agosto 2011 di: Marcella Geraci

Dalle periferie del mondo al ricco Nord, l’infanzia sembra un ricordo lontano. Certo Thylane Lena – Rose Blondeau non è la norma ed è per questo che suscita tanto clamore. Ma quando un magazine come Paris Vogue realizza una copertina, registra una tendenza. E la modella di dieci anni, tacchi a spillo, truccatissima e reclinata su una pelliccia di tigre, viene data in pasto alle aspettative di un pubblico sempre più schiavo di una eterna giovinezza erotizzata, che tutto corrode. Ad essere triturate da questo ingranaggio miliardario sono tutte le età e ad essere rimosse, vecchiaia ed infanzia.

Osservando la copertina, l’istigazione alla pedofilia è la prima cosa che viene in mente, seguita da una riflessione sull’abbassamento dell’età delle ragazze da passerella e da copertina. Il problema è però più complesso e questa volta, il bisogno economico non c’entra nulla. Thylane è infatti figlia dell’attrice Veronica Loubry e dell’ex calciatore Patrick Blondeau e non sembra aver molto da condividere con gli oltre 150 milioni di bimbi tra i 5 e i 14 anni, stimati dall’Unicef, che lavorano senza diritti. Nelle miniere della Cambogia, nelle piantagioni di te dello Zimbawe, nelle strade di tutto il mondo. Visibili e invisibili, come le bambine sfruttate tra le mura domestiche ed i piccoli schiavi del sesso. Invisibili come Anni Ye, la cinesina di 11 anni morta, due anni fa, in un laboratorio di Macerata che fabbricava tomaie per l’industria delle scarpe. Un destino da “esalazione da solvente” ha spezzato il sogno di fare l’università in Italia. Invisibili come gli oltre 500 mila carusi, stranieri e non, che lavorano, secondo Save the Children, nel nostro Paese.

Se Thylane incontrasse uno di questi bambini, cosa si direbbero? Forse parlerebbero della loro piccola vita, una con un “passato” da modella e l’altro già stanco per un lavoro usurante.

1 commento su questo articolo:

  1. simona mafai ha detto:

    Hai colpito nel segno. Le due facce, contemporanee e tragiche, di una stessa realtà che non riusciamo a modificare ma solo – forse – ad attenuare di tanto in tanto con piccole leggi, che ci costano tanta fatica, e che correggono qualche briciola e salvano – forse – una vita su un miliardo di esistenze inesorabilmene condannate.

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