umanità in vacanza

3 agosto 2011 di: Francesca Traìna

“Vacanza” è il tempo vuoto da riempire ad ogni costo e…costi quel che costi. Già il termine “vacanza”, etimologicamente, si configura con vuoto, mancanza, carenza. Corrisponde, generalmente, al periodo di sospensione dal lavoro ed è naturale che nell’immaginario collettivo diventi “tempo altro”, tempo il cui contenuto è così importante da essere in qualche caso salvifico per la propria salute fisica e mentale. Questo almeno si crede fin quando, senza che ce rendiamo conto, non si trasforma in stress, in coazione a ripetere le cose degli anni precedenti magari nei medesimi luoghi e ci si ritrova a sbuffare, ad avvertire uno strano senso di nausea e di stanchezza a cui non si riesce a dare un senso, un nome; veri e propri pugni allo stomaco. Anche il sonno risulta alterato. Non sono rari i casi in cui la vacanza si riduce ad un rituale ai limiti della “patologia” se, specialmente, si consuma negli agglomerati marini o montani dove villette a schiera, vociar di pargoli, partite a calcetto di mariti e figli iperattivi, suocere con dente avvelenato, cognate che decidono improvvisamente di allestire marmellate per l’inverno, salse e conserve varie. Allora sì, diventa facile ritrovarsi ad un passo dall’isteria, dalla nevrosi; si vorrebbe solo fuggire, scomparire, tornare indietro nel tempo, cambiare tutte le scelte fatte e rifarne di opposte.

Eppure la vacanza è la spinta che omologa gran parte dell’umanità: tutti al mare, ai monti, in viaggio; ovunque ci sia posto per ciò che si crede “altro” e da cui si attendono conferme, illusioni, delusioni, legami da cucire, ricucire o chiudere definitivamente.

Quale enorme forza di cancellazione e riscrittura ha in sé la vacanza! È una grande lavagna sulla quale, con gesso e gomma, si scrive e si cancella con quella superficialità che sprofonda nell’onnipotenza capace, finanche, di dare la morte a ciò che vive ancora e viceversa. Scrivere sulla sabbia finché il vento o un’onda più lunga distruggeranno i graffiti e con essi i ricordi.

Domina in realtà un malsano egoismo nel tempo vacanziero. Un volubile folletto ti ottunde mente e cuore, ti fa scaricare gli animali lungo le autostrade, le persone anziane in case di riposo temporanee o terminali, le persone scomode nei parcheggi del mondo, in fondo, sempre più in fondo, nelle anse del silenzio, nella zona buia della rimozione dove non attecchisce l’erba né si può sperare di deporre un seme generatore di briciole di generosità. Una zona senza ossigeno che la mente elabora, un lager concepito da chi sa esercitare violenza nel modo più ignobile, più incivile, più orribile: l’abbandono in nome di un sé ipertrofico, di un narcisismo delirante, di un auto-centrismo che non va oltre il pensiero del proprio benessere.

Molte persone: donne, uomini, anziani, giovani, nel periodo estivo, restano in quel tunnel dove non c’è “vacanza”, piuttosto un pieno di disagi, sofferenze, povertà. Umanità resa randagia dalle difficoltà della vita o indotta alla solitudine da chi non ha mantenuto la più piccola promessa; umanità respinta, dal cuore nero del mondo, nei recessi della disperazione; umanità umiliata nei propri sentimenti e nelle più nobili aspirazioni; umanità tradita, costretta ad annaspare nel sottobosco in cerca di una flebile luce.

2 commenti su questo articolo:

  1. Renata ha detto:

    L’altra faccia della vacanza è descritta bene in questo articolo. E’ vero che succede questo, ne so qualcosa, le cattiverie e gli egoismi vengono a galla nei periodi in cui si pensa al proprio divertimento che in genere non lo è mai. La stessa cosa succede nelle vacanze di natale. Che tristezza!!

  2. Maria Grazia ha detto:

    E’ vero, è così francesca. Mi hai fatto pensare al “sabato del villaggio”. In fondo la vacanza ha l’aspetto dell’allegria ma, sotto sotto, anche di malinconia se si pensa, soprattutto, a quanta gente resta sola. Dovremmo renderci più utili verso gli altri in questi periodi che crediamo “leggeri”…

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