acqua, o del bene comune

7 giugno 2011 di: Rossella Caleca

Tra i quesiti referendari, quelli sulla privatizzazione dell’acqua, cioè sulla possibile abrogazione delle norme vigenti, che consentono la gestione dei servizi idrici da parte dei privati senza limitazioni ai profitti, non mi sembrano meno importanti e densi di significato rispetto agli altri: non solo per le devastanti conseguenze sulla vita di ciascuno, ma ancor più per i princìpi in gioco. Da una parte si vede l’acqua come un bene comune, anzi “il” bene comune per eccellenza, elemento essenziale della vita quotidiana, qualcosa che appartiene a tutti e può/deve essere fruito (e rispettato, e risparmiato) da tutti; dall’altra, si considera l’acqua una merce come le altre, suscettibile di essere comprata e venduta a prezzi di mercato, pertanto anche negata a chi non può acquistarla. Si nota subito che il possesso dell’acqua conferirebbe ai detentori un grande potere, tanto più in questo parco giochi senza regole in cui sembra essersi trasformato il nostro paese; chi spinge per la privatizzazione sgomita per partecipare alla grande corsa per l’appropriazione e capitalizzazione delle vite degli altri, gabellata per liberalismo.

Ma questo capitalismo dei quaranta ladroni è lontanissimo dall’autentico liberismo economico, dal fair trade e ancor più dal fair play. E non tutti gli italiani ammirano e invidiano i ladroni: anzi, chi pensava che il paese fosse diventato un’immensa fumeria cinese anni 30, interamente ricoperto da una nuvola d’oppio avidamente aspirata da un popolo di zombies, ha ricevuto recentemente una brutta sorpresa. Sembra che il Pifferaio Magico abbia perso i suoi poteri, e che quelli che non si erano mai lasciati incantare abbiano riscoperto i propri: la volontà di decidere della propria vita, anche attraverso azioni collettive; la capacità di coinvolgere altri.

Specchio e fondamento di questa nuova volontà è una comunicazione efficace, attraverso i nuovi media, compresi i social networks, usati appunto come mezzi, gestiti autonomamente per veicolare messaggi, diffondere idee, organizzare dimostrazioni, al di fuori e al di là dei media ufficiali. A sostegno dei referendum è sorta una rete di movimenti, gruppi, comitati in cui appartenenze e affiliazioni si stemperano in un altro modo di fare politica, strettamente connesso ai bisogni e ai problemi della vita quotidiana, alla ricerca di quel “bene comune” concreto e necessario oggetto del «discorso sulle cose della polis»: semplicemente la politica, quella vera, che spazza via l’arroganza e le bugie di chi vede le persone solo come mandrie da cui mungere consenso per mantenersi al potere. Quest’onda di marea può travolgere tutte le previsioni negative e portare alla vittoria dei sì nei referendum: un’altra tappa in un percorso di riappropriazione di un “bene comune” ancora più ampio, che è insieme solidarietà e libertà.

1 commento su questo articolo:

  1. ornella papitto ha detto:

    Un pensiero agli industriali “privati” italiani.
    Troppa ideologia intorno alla parola “privato” e quindi privatizzazione.
    Ideologia è quella teoria che crede di essere scientifica, pur non essendolo.
    La confusione creata ad hoc è considerare il privato, “efficiente” e il pubblico “inefficiente”.
    Ma è proprio così? I privati sono realmente efficienti? La situazione economica italiana non lo conferma assolutamente. Abbiamo aziende private sempre alla ricerca di denaro pubblico, come sanguisughe. E dove ci hanno condotto?
    Vogliono asciugarsi pure l’acqua pubblica!!!
    Alla larga, giù le mani dal bene comune.
    Cari “industriali”, industriatevi di più a lavorare con le vostre forze e richiedete, invece, ai vostri e nostri rappresentanti politici, più che i soldi, che sono di noi contribuenti, un “pubblico” efficiente, perché così ne beneficerete voi e quelli come me, che lavorano in questo settore.

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