Gente di qualità

28 maggio 2011 di: Ricerca Fotografica - testo di Mariachiara Di Trapani

Art must be beautiful, 1975. Opera di Marina Abramović

L’ artista serba Marina Abramović è considerata fin dai primi anni ’70 madre della Body Art e delle arti performative . Marina ( 1946 ) nasce a Belgrado da genitori partigiani dissidenti proclamati eroi di guerra, mentre il nonno è un patriarca ortodosso diventato santo.

Le performances di quest’ artista jugoslava hanno sconvolto e segnato l’arte contemporanea degli ultimi trent’anni per il modo di rappresentare senza tabù la femminilità, la dimensione intima e quotidiana della sessualità.

Marina utilizza la sua biografia per mostrare le contraddizioni etiche e sociali della nostra realtà, mentre il suo corpo è l’ oggetto-soggetto della sua arte, ne  esplora i limiti di sopportazione al dolore e le possibilità della mente di superarli.

Il modo di fare body art della Abramović pone la relazione tra performer e pubblico al centro delle sue esibizioni . E’ lei stessa a dire (…) “ Abbiamo così paura del dolore. Mostrando il dolore di fronte al pubblico che guarda io mi libero dalla paura del dolore e tento anche di liberare il pubblico dalla paura del suo proprio dolore.”

E’ il 1974 quando a Napoli mette la sua nudità alla mercè dei visitatori dello Studio Morra. Marina rimane in piedi per sei ore davanti ad un  pubblico cui offre l’ opportunità di utilizzare su di lei oggetti disparati posti su un tavolo al suo fianco: sega, forchetta,  pettine, rossetto, aghi, coltelli, fiammiferi, forbici, miele … grappoli d’uva ed una pistola carica.  Lei immobile non si scompone. La performance degenera al punto che l’ arma le viene puntata alla testa.  Sono gli spettatori  che intervengono per evitare lo sfociare in un’ inevitabile tragedia scegliendo di proteggerla dalla sua stessa opera.

Nel 1976 inizia una relazione e collaborazione artistica con Ulay. Dopo dodici anni concludono il loro rapporto, umano e creativo, camminando per 90 giorni, lungo la Grande Muraglia Cinese -partendo dai suoi due estremi opposti-. Percorrono duemila e cinquecento chilometri ciascuno, -Ulay  inizia dal deserto di Gobi e Marina dal Mar Giallo- per incontrarsi a metà strada e separarsi definitivamente.

Nel 1997  viene premiata con il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia per la sua performance “ Balkan Baroque”  : Marina per tre giorni siede su una pila di ossa animali, li gratta e pulisce, cantando litanie e lamenti del suo paese natale mentre alle sue spalle viene proiettato un video che racconta la sua appartenenza ad una terra dilaniata dalla guerra.

( …) ” Quando ho fatto Balkan Baroque non pensavo solo alla Jugoslavia: era una immagine valida per ogni guerra e ogni paese. Vale oggi anche per l’Iraq”.

Ha appena concluso al MoMA di New York The Artist is Present la performance più lunga  del mondo dell’ arte -e con il più vasto numero di visitatori- . Marina per 700 ore , divise in 7 ore al giorno per tre mesi , siede nell’ atrio del museo a guardare negli occhi chiunque volesse sedersi di fronte a lei, ciascuno  può fermarsi di fronte a lei senza limite di tempo, tre minuti o tre ore …

Dal 4 giugno fino al  27 November 2011  Marina Abramović partecipa , all’ interno della Biennale di Venezia, alla collettiva PERSONAL STRUCTURES presso  Palazzo Bembo

info. www.venice-exhibitions.org

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