dalla guerra (in Libia) non nasce la pace

15 maggio 2011 di: Daria D’Angelo

Pochi eventi bellici rappresentano, come le “guerre umanitarie” e i missili intelligenti, aspetti così oscuri e controversi. Mai ne è seguita una pace stabile, al contrario, sono cresciute le guerre locali per l’identità etnica e religiosa, le crisi finanziarie, i dissesti ecologici, i traffici di droga e di armi, la disoccupazione e la violenza urbana.

Le istituzioni internazionali hanno la pretesa di opporre al particolarismo dei conflitti nazionalistici la propria dottrina universale dei diritti umani, le organizzazioni militari usano legittimamente la forza in nome di un valore universale come la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, e la guerra moderna, sproporzionatamente e indiscriminatamente distruttiva di vite umane, viene usata come uno strumento giuridico a tutela dei diritti dell’umanità. Questa teoria della protezione e quest’abuso della parola “diritti umani”, però, sembra tendere a sostituirsi, con il criterio di legittimazione dell’uso della forza, al principio di tutela della pace, e al conseguente diritto della comunità internazionale di contrastare con la forza solo atti di “aggressione”.

Dal punto di vista occidentale, l’interpretazione dei motivi umanitari è la più adatta al tipo di disordini presenti nell’area internazionale, chi usa la parola umanità nel contesto di una guerra degrada moralmente l’avversario, lo isola come unico e solo “nemico” e incita ad essergli ostile. Ma in questi anni non si sono viste affermare su scala mondiale politiche economiche e finanziarie capaci di avviare una distribuzione tendenzialmente più equa delle risorse fra aree ricche e povere del pianeta, cosa auspicata e mezzo per aiutare realmente un processo di pace. Le guerre sono inevitabili se non si è fatto nulla per prevenirle.

La guerra è sempre e soltanto distruzione, e ogni guerra umanitaria è in realtà un crimine contro l’umanità. La guerra genera “cultura di guerra”. Oggi la situazione è delicata, si è aperto un altro conflitto in Libia ed è chiaro che intervenire militarmente, escludendo ogni altra via diplomatica e politica, vuol dire che moriranno ancora civili, persone, donne, uomini, bambini. Gli interessi economici sono appena accennati, mentre il mondo rimbalza, sempre più confuso, fra minacce di fondamentalisti e terroristi. Parliamo di un’altra guerra che, come è stato detto, è giusta come «uno sciopero della fame contro l’anoressia».

2 commenti su questo articolo:

  1. silvia ha detto:

    Un articolo preciso e lucido, senza false ideologie, perchè come dici bene Daria la guerra non è mai umanitaria ma sempre un crimine contro l’umanità

  2. francesca traìna ha detto:

    Ribadire che questa non è una guerra umanitaria e che non esistono guerre che lo siano, è importante. Dopo averne parlato all’inizio e aver dichiarato di essere personalmente contraria alla guerra, sembrava esser sceso il silenzio su un fatto così grave. Che tu oggi ne parli non posso che apprezzarlo e sperare come te che si dia posto, prestissimo, ai negoziati e alle diplomazie internazionali. Nessun paese o popolo che ricorre alla guerra può dirsi civile.

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