Acqua di confine

16 aprile 2011 di: Luciano Rizzuti*

Libertà. E’ questa la parola che mi rimbomba nella testa da quando sono tornato da Lampedusa, dopo la prima staffetta organizzata dal Forum Antirazzista di Palermo. La leggo continuamente su ogni giornale, tutti i partiti in Italia se ne fanno bandiera, da destra a sinistra la ostentano nei loro simboli, la sento pronunciare continuamente alla radio, in televisione, persino nelle pubblicità degli assorbenti.

E ogni volta mi viene in mente un flash di ciò che ho visto a Lampedusa. L’immagine di migliaia di tunisini in gran parte della mia età, accampati come bestie sulla collina a ridosso del porto vecchio di quella piccola isola, sotto tende improvvisate con sacchi neri dell’immondizia o teli di plastica recuperati ovunque, in uno spazio che per settimane è stato una vera e propria fogna a cielo aperto.

Libertà. Sul molo vedevo ogni mattina la stessa scena… migliaia di persone sedute per terra, raggruppate in spazi delimitati da nastri o corde, in attesa di capire come e soprattutto quando sarebbero finite le procedure di identificazione, nella speranza di lasciare al più presto Lampedusa, magari sognando la Francia. L’insostenibile attesa in alcuni casi è durata fino a dieci, dodici, quattordici giorni, durante i quali ognuno di quei ragazzi provava a difendere prima di tutto la propria dignità. “Non siamo cani” dicevano quando li mettevano in fila per la distribuzione dei sacchetti con dentro il cibo distribuito dalla protezione civile. Non volevano la carità, non chiedevano assistenza, erano arrivati per cercare un lavoro, per riappropriarsi del loro futuro, per ricongiungersi con familiari già in Europa… ma adesso sono tutti clandestini, tutti illegali, tutti uguali; le loro aspirazioni e le loro differenze individuali uniformate sotto lo stesso trattamento, quello riservato a chi ha commesso il crimine di nascere qualche centinaio di chilometri troppo a sud rispetto all’Europa.

Libertà. La paura di compromettere la possibilità di lasciare quella prigione con sbarre di acqua salata li costringeva all’autocontrollo, quasi nessuno si lasciava andare a momenti di tensione ma l’angoscia era continua, la notizia che volevano smentita continuamente era quella del rimpatrio nel loro Paese. Quando i trasferimenti sono stati avviati, la voce della possibilità di essere rimpatriati ha iniziato a girare e l’angoscia ha iniziato a prendere la forma della protesta. E’ stata bruciata una roulotte, ci sono stati cortei improvvisati, manifestazioni simboliche di pulizia delle strade per dimostrare “che non sono terroristi”, tutto gridando in coro “Libertà”. Pronunciavano male quella parola, la accentavano sulla seconda sillaba, ma la gridavano in italiano anche coloro che non conoscevano la nostra lingua perché è con gli italiani che volevano comunicare. Ma non ci riuscivano. Come potevano capire che quella parola non sarebbe mai stata capita dai loro interlocutori? e non certo per l’accento errato, ma proprio perché il mondo su cui erano appena approdati sfrutta fino all’inverosimile proprio quella parola per privare la gran parte del pianeta del significato che essa ha.

Siamo nell’anno del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia e la retorica sulla Costituzione e sui valori democratici del nostro Bel Paese ci mostra continuamente onorevoli, giornalisti e intellettuali di ogni parte compiaciuti di un nuovo becero spirito patriottico, speculando su lotte e sacrifici che spesso non hanno neanche la cura di studiare. Vorrei dire a tutti questi nuovi patrioti che non basterà la nostra retorica su democrazia e libertà per assolverci dalle nostre responsabilità. La storia non sarà scritta in base alle dichiarazioni televisive ma in base al ruolo che decidiamo di avere nel nostro tempo. I grandi avvenimenti della nostra epoca sono determinati da noi. Anche quando ci poniamo da semplici spettatori il nostro non è mai un comportamento passivo. L’indifferenza o l’immobilismo equivalgono alla complicità.

Oggi le posizioni nazionaliste italiane hanno il solo compito di proteggere privilegi acquisiti e ritenuti inviolabili sulla sola base dell’appartenenza territoriale.

E’ quindi fondamentale rivedere completamente sia le nostre dinamiche identitarie che la concezione territoriale dei nostri interventi. Ho l’impressione che le pulsioni razziste e autarchiche delle nuove destre siano talmente forti da distrarre anche i movimenti antirazzisti dai loro obiettivi. Per le destre il territorio continua ad essere quello nazionale e le relazioni internazionali le interpretano esclusivamente sulla base dei rapporti commerciali potenziali o già in atto. Dobbiamo invece ridare centralità alle vere emergenze del nostro tempo che non riguardano Lampedusa, né Ventimiglia… chi arriva fa già parte dei fortunati nonostante tutti gli stenti. L’oggetto dei nostri interventi deve essere il Mediterraneo, quello spazio di acqua fra le terre oggi pieno di cadaveri. Persone partite con la speranza di migliorare la propria esistenza sono state condannate a morire in acqua fra le peggiori delle agonie solo perché le loro aspirazioni non sono compatibili con il nostro sistema economico.

Le grandi migrazioni in corso sono il frutto di secoli di sfruttamento, oggi all’apice del suo compimento secondo le regole del capitalismo. Regole che prevedono l’inviolabilità dei privilegi delle oligarchie della globalizzazione su base economica, da imporre anche con l’esercito quando non ci si riesce con l’economia. E per evitare che la democrazia tanto decantata risulti d’impaccio si narcotizzano milioni di persone spiegando loro che tutto ciò è democratico, fatto per motivi umanitari, per la Libertà.

Scegliamo da che parte stare. Il Forum Antirazzista di Palermo continua il proprio lavoro di analisi, proposta e intervento diretto lì dove le cose succedono. La prossima data in cantiere è quella di una manifestazione regionale prevista per il 30 aprile in Sicilia. Tutti i movimenti, le realtà associative, sindacali, partitiche e i singoli cittadini antirazzisti sono invitati a partecipare all’organizzazione di questa manifestazione che si discuterà alle riunioni del Forum, ogni lunedì alle ore 19.00 al Laboratorio Zeta di Palermo, in via Boito 7.

*Luciano Rizzuti-Associazione Culturale Arci Malaussène (Palermo)

(Luciano ha regalato la sua forte testimonianza diretta su Lampedusa a Liberissime.Il suo messaggio ci è sembrato importante da condividere con voi.Un articolo sulla libertà in questo spazio ci è sembrato di grande importanza)

Foto di Luciano Rizzuti

2 commenti su questo articolo:

  1. Michele Marzilla ha detto:

    Quest’articolo di Luciano Rizzuti ridà a tutti quei ragazzi che sono approdati a Lampedusa , sfidando il mare e la morte per sfuggire all’ emarginazione, alla miseria,alla repressione, alla mancanza di libertà nei loro Paesi , quella dignità che è stata a loro negata dalla inettitudine, dalla ipocrisia, dall’incapacità dei nostri ” governanti “. Non uomini, donne e bambini ma rifiuti: rifiuti abbandonati su una collina o sulla banchina del porto; non coperte e tende sono state loro forniti ma sacchi di plastica neri, quelli della spazzatura e teli di plastica, cartoni diventati giacigli tra escrementi ed immondizia. Questa è stata la capacità d’accogliere di un Paese ricco, ” civile” e sopratutto ” democratico. E la ” soluzione ” è stata degna del problema: che vergogna vedere quei ragazzi accompagnati alla nave ed ai pullman da agenti con la mascherina e con le mani protette da guanti di lattice. L’isola è stata svuotata come si svuota una città dei propri rifiuti. Il problema infatti è stato affrontato alla stessa maniera dei rifiuti a Napoli: grande intervento del premier decisionista, grande operazione mediatica, straordinaria volgarità nell’annuncio della risoluzione del problema ( non un accenno alle motivazioni, alle cause, alla tragicità di questo esodo ed alla condizione di quegli Esseri Umani ) bensi l’annuncio dell’acquisto dell’ennesima villa e di tutte quelle idiozie finalizzate solo ad ubriacare di falsi miraggi la gente rassegnata dell’isola. Sarebbe stato bello vedere tra gli isolani preoccupati solo della stagione turistica, la capacità d’indignarsi e di dire: ” io non ci sto! ” ma questo non è accaduto.
    L’impegno di Luciano e dei tanti ragazzi come lui ci dà quella speranza per il futuro che spesso sembra esserci negata.
    C’è una sola parte da cui stare ed è quella della Libertà, della tolleranza, dell’accoglienza, del lavoro senza sfruttamento,
    della giustizia.
    Michele Marzilla

  2. dWnPxZiG ha detto:

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