accendiamo di rosa le istituzioni

10 marzo 2011 di: Marcella Geraci

Quote rosa? Poche volte se ne parla senza polemiche o diffidenza. E se un freno all’entusiasmo lo mettono gli uomini, le donne non scherzano. A risvegliare l’attenzione sull’anomalia italiana in materia di presenze femminili in ruoli strategici ci aveva pensato, nei giorni scorsi, anche Giulia Pusterla. L’esponente del Consiglio Nazionale dei Commercialisti aveva infatti mosso una dura critica al governo per gli emendamenti, presentati in Senato, al ddl 2482.

Ma le ultime mosse del Governo e della Commissione Finanze di Palazzo Madama hanno regalato un respiro di sollievo ai sostenitori delle pari opportunità. Dal 20% di donne nei Cda delle società quotate, traguardo obbligato del 2012, si dovrà passare al 30% nel 2015. Niente più ere geologiche per portare obbligatoriamente ad almeno un terzo il numero delle donne nei tavoli decisionali o almeno così sembra, visto che il ddl sarà di nuovo in Aula il 15 marzo solo per il voto finale.

Intanto la realtà rimane da velo pietoso e i dati statistici sulla presenza femminile nelle “stanze dei bottoni” molto tristi. La stessa Giulia Pusterla è l’unica donna tra i 21 esponenti del Consiglio Nazionale dei Commercialisti e anche la percentuale femminile dei consiglieri dei primi dieci titoli quotati a Piazza Affari (il 5% circa del totale) la dice lunga.

Varrebbe la pena continuare con il numero delle donne ai vertici dell’economia, ma è l’intera geografia politica e istituzionale del paese a riflettere una condizione di subalternità che le donne vivono quotidianamente. Fanno parte del Governo italiano 11 donne su 65 tra ministri e sottosegretari (16,9%) e la percentuale dell’altra metà del cielo a sedere in Parlamento è del 20,2% (191 su 945 membri). Nei Comuni italiani la situazione non sembra essere migliore, visto che tra i 118 mila amministratori le donne sono solo il 18,2% del totale (l’81,8% è composto da uomini).

Una realtà non rosea e poco sfiorata dalle azioni in campo per ridurre il divario di opportunità tra uomini e donne, elencate nei giorni scorsi dal Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna alla Session on the status of women delle Nazioni Unite.

I più accaniti osteggiatori delle quote rosa sollevano l’argomento della meritocrazia, e non della diversità di genere, alla base della selezione della classe dirigente. Ma l’Italia non è il paese dove le donne si laureano di più, e con voti migliori?

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