in diretta dal Cairo

8 febbraio 2011 di: mezzocielo

Sul sito Affrica.org è uscito il 3 febbraio il pezzo che pubblichiamo integralmente, compresa introduzione della redazione del Centro studi africani in Sardegna, titolare del sito, erroneamente scambiato per nostro redazionale.

«Abbiamo ricevuto via mail il racconto di un’altra ragazza italiana. Leggete le sue parole, hanno fatto un giro lunghissimo: dal Cairo a Cagliari, ma passando per il Michigan, da dove siamo stati contattati».

Sono una studentessa italiana residente al Cairo da ormai un anno e mezzo. Studio giornalismo presso l’Università Americana del Cairo e da alcuni mesi lavoro come reporter per il giornale egiziano Al Masry Al Youm, edizione inglese.

La situazione al Cairo è chiaramente degenerata nelle ultime ore. Ho cercato molte volte di mettermi in contatto con giornali italiani, ma a causa dell’interruzione dei mezzi di comunicazione non mi è stato possibile. E quando sono riuscita, la delusione di capire che non c’è volontà di ascoltare, mi ha fatto smettere; fino ad oggi, quando ho assistito ad un tentativo di omicidio di massa, e ho deciso che il motivo per cui ho voluto diventare una giornalista e’ quello di spiegare situazioni difficili ed evitare che l’ignoranza e il disinteresse vanifichino lo sforzo degli egiziani di riappropriarsi dei propri diritti e dignità. Ci sarebbero molti aspetti da analizzare, ma il mio obiettivo, in queste ora di caos e di terrore, è chiarire alcuni punti di essenziale importanza per contestualizzare la situazione e chiedere con forza che l’Europa prenda una posizione chiara e netta affinché il presidente Mubarak si dimetta ora. Dalla manifestazione di venerdì 28, durante la quale le forze di polizia hanno brutalmente attaccato i manifestanti, si sono susseguite una serie di pacifiche e massicce manifestazioni senza precedenti. Ho preso parte alla manifestazione del 28 Gennaio nella zona di Giza, alla quale ha partecipato El Baradei, presso Tahrir, piazza della Liberazione, centro principale delle proteste in Cairo. Posso testimoniare direttamente la brutalità e l’aggressività con la quale le forze di polizia hanno attaccato i manifestanti, lanciando gas lacrimogeno e getti d’acqua nel momento stesso in cui i cittadini hanno cominciato, pacificamente, a muoversi e cantare slogan anti-Mubarak. Nel caos di venerdì non tutti i proiettili lanciati erano di gomma; alcuni erano veri proiettili, come mi ha riferito Mohamed, dottorando egiziano in medicina di 34 anni, tornato dall’Irlanda per una breve vacanza poco prima dell’inizio degli scontri.

«Mi hanno sparato venerdì mentre ero in Matareya square», Mohamed mi ha spiegato dopo avermi avvicinato per chiedermi di dare voce alla sua esperienza. «I colpi sono partiti presumibilmente da un tetto e mi hanno colpito al petto e al braccio destro. Ho cercato di togliermi i proiettili da solo e di aiutare altri feriti perché sono un medico».

Molti egiziani in piazza Tahrir mi hanno avvicinata chiedendomi perché le televisioni straniere mostrassero sempre le stesse immagini, senza davvero spiegare cosa stesse accadendo e i soprusi e le aggressioni da loro subite. Ancora ora non so come rispondere loro, non so come spiegare la vergogna che provo per essere cittadina italiana ed europea, il profondo disgusto perché il mio paese è più impegnato a seguire i cambiamenti della vita privata del premier Berlusconi che la crisi in Egitto e la profonda vergogna per il silenzio dietro al quale l’Europa si è trincerata per una settimana. Sono stata contattata da giornalisti e ogni volta che cercavo di spiegare l’accaduto ho percepito la totale mancanza di interesse ad ascoltare vicende di cui presuppongono di conoscere l’accaduto senza essere sul posto e, nella maggior parte dei casi, senza avere alcun background del contesto del quale si parla.

Difficilmente si è parlato degli ospedali attaccati da vandali supportati dal regime, intrusi penetrati con coltelli e armi per accanirsi su medici e pazienti indifesi. Poche persone hanno analizzato il ruolo della polizia e dell’esercito in questa settimana. Dopo la violenta manifestazione di venerdì ed il successo dei manifestanti nel penetrare nella piazza della Liberazione, la polizia è completamente scomparsa dalla circolazione ed è stata rimpiazzata dall’esercito, chiamato a ristabilire la situazione senza intervenire con la forza sui civili. Ci sono state una serie di intelligenti quanto terribili giochi psicologici del regime diretti a terrorizzare i cittadini affinché non prendessero parte alle proteste e “capissero” che senza Mubarak l’ordine non è garantito. La punizione collettiva è cominciata venerdì, quando ogni mezzo di comunicazione ha cessato di funzionare. Solo questo fa capire la prepotenza e l’aggressività del regime. Non penso sia stato abbastanza sottolineato lo stato d’animo di puro terrore che può suscitare la consapevolezza di essere completamente abbandonati al proprio destino, senza la possibilità di comunicare non solo all’esterno ma anche con i propri amici in Egitto per avere la certezza che tutto vada bene. La punizione è continuata nei giorni seguenti, facendo fuggire criminali dalle prigioni, con l’intenzione di seminare il panico tra i cittadini, distribuendo armi a delinquenti o a poliziotti in borghese. Tutte queste persone hanno e stanno terrorizzando i cittadini con il supporto e la direzione del regime, affinché il desiderio di tornare alla normalità e il timore di restare senza beni di prima necessità e senza denaro contante li convinca a cedere. I dimostranti pro-democrazia hanno dato prova di saper manifestare pacificamente, di sapersi organizzare senza alcun bisogno di armi né di polizia. Com’è possibile credere che sostenitori del regime si ricordino di supportare il proprio presidente dopo una settimana? Com’è possibile non capire che il regime è terrorizzato di perdere il proprio potere e sta reagendo con la forza per fermare i manifestanti? Com’è possibile non capire che Mubarak non manterrà promesse alle quali non ha mai dato seguito in 30 anni di dittatura; l’uso della forza di oggi lo dimostra, ancora una volta. Il presidente Mubarak non avrebbe mai avuto bisogno di reprimere pacifiche dimostrazioni con una tale violenza se davvero pensasse di lasciare il potere in pochi mesi.

Dopo quanto è accaduto oggi, analisi superficiali e dichiarazioni vaghe non sono più accettabili.

1 commento su questo articolo:

  1. Affrica.org ha detto:

    Gentile Redazione, buongiorno.
    Anche noi di Affrica abbiamo pubblicato le riflessioni della stessa giornalista italiana al Cairo, potete trovare qui il nostro articolo del 3 febbraio: http://affrica.org/una-giornalista-al-cairo/.
    Lavoriamo in Creative Commons, potreste citarci come fonte, visto che l’introduzione riporta le parole del nostro pezzo?
    Grazie, vi auguriamo buon lavoro

    La Redazione di Affrica

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