ancora sulla piazza, punti di vista diversi

18 febbraio 2011 di: Gisella Modica

– Da che parte stai tu, dalla parte di Berlusconi? mi domanda con veemenza una compagna di fronte alle mie perplessità su alcune parole d’ordine della manifestazione.

– Nooo! Mi difendo io sgranando gli occhi.

– Allora smettila di spaccare il capello in quattro, di fare l’intellettuale, e vieni in piazza a manifestare. Se non ora, quando?

Ed eccomi ricacciata nell’angolo, e ridotta al silenzio. Anche se io di non andarci in piazza il 13 non ci ho mai pensato nemmeno per un momento! Ma perché, mi domando, è così difficile – soprattutto in vista di mobilitazioni collettive – accettare che pensare “plurale e differente” è una risorsa utile, se non necessaria, e non un attentato alla presunta unità e solidarietà delle donne? O comunque un fatto “secondario” in quanto “primaria” è la rivoluzione, fosse anche di un giorno in piazza? Ma perché le donne devono necessariamente essere “unite e solidali” per essere efficaci?

Perché ci sono parole dell’appello “Se non ora quando?” che a me proprio non vanno giù. E non è un problema lessicale, perché le parole sono sostanza. A partire dallo slogan “la dignità delle donne è la dignità della nazione” e viceversa. Che sommato all’appello riferito solo alle “donne italiane” già mi viene l’orticaria. Provocatoriamente qui voglio mettere in sequenza alcune delle parole del manifesto che mi fanno problema: dignità, nazione, donne italiane, indignazione, maggioranza, sacrificio, madri di famiglia, moglie, figlia, coscienza religiosa, soglia della decenza, amicizia maschile, normalità, moralità. Non mi si dica che “estrapolate dal contesto” il discorso non vale! Vale sì! Perché bene che vada pare di leggere un manifesto degli anni cinquanta, prima cioè dell’emancipazione, quando le donne erano solo “angelo della casa, mogli e madri”. Male che vada sembra un manifesto del periodo fascista. E le donne straniere che vivono in Italia? E le single? E le lesbiche, e le “indecorose e libere”, come si firmano le Malefimmine? E poi che sarebbe questa amicizia degli uomini verso le loro donne? E’ per questo che abbiamo manifestato? Ha mai espresso il femminismo parole come queste messe da me in corsivo? Quando facevamo le manifestazioni femministe eravamo dignitose? Eravamo indignate? Io direi che eravamo incazzate. Tant’è che qualcuno dal marciapiede ci gridava “puttane!” Virginia Woolf non dice «in quanto donna la mia patria è il mondo intero»? E Carla Lonzi ci ricorda qualcosa in fatto di decenza quando ci invitava a sputare su Hegel? Non è dentro la famiglia che avvengono i delitti più efferati contro le donne? E ancora: maggioranza non è quella che vota Berlusconi? quella che non vuole i matrimoni gay; che caccia gli zingari e dice, come dice la mia collega, che gli immigrati infettano il nostro sangue. Io non sono scesa in piazza per difendere la mia dignità. Semmai per l’indegnità del silenzio maschile e quindi di questa politica fatta dai maschi e dalle donne/uomo. E neanche in difesa della magistratura. Che a buttare giù Berlusconi non ci vogliono i giudici, ma una politica e una sinistra degna di questo nome, che non cavalchi la rabbia delle donne scese in piazza, sperando di dare con noi la spallata che loro non riescono a dare. Berlusconi è solo la punta dell’iceberg, e dovremmo pure ringraziarlo per aver mostrato cosa è veramente oggi la politica. Morto Berlusconi se ne fa un altro. Così come lo sono, punta di iceberg, le ragazze di Arcore. Non spaventiamoci a dirlo. Rappresentano il modello perfetto di “prostituzione del lavoro” che si richiede oggi alle giovani donne, alle precarie: fatti imprenditrice di te stessa e vedi che ce la fai. Se sei bella arrivi prima. Il problema sono le ragazze di Arcore o il libro bianco di Sacconi? E quindi che c’entra la dignità, il falso moralismo, e la contrapposizione tra donne perbene e donne permale?

Sono scesa in piazza per la precarietà della vita e la mercificazione delle menti delle nuove generazioni. Sono scesa per denunciare come vengono distribuite le risorse; per la cultura che non si mangia. Sono scesa in piazza per mia figlia. Nazione, patria, famiglia, decenza sono parole che non credo la rappresenti. Non sono il problema.

Mi si dice: l’importante è per adesso toglierlo di mezzo. Bene. Allora perché non profittare per ascoltare nel frattempo i punti di vista diversi sulla manifestazione? Per esempio potere contestare un manifesto che recitava: «Né sante né madonne ma solo donne». Ma questo andava bene in pieno patriarcato. Riproporlo oggi è come se niente da allora fosse cambiato e continuiamo a viverci come il sovrano ci vede! Sono solo slogan? Non credo. Scusate lo sfogo, la veemenza e tutti questi punti esclamativi e interrogativi!

3 commenti su questo articolo:

  1. Rosanna Pirajno ha detto:

    Dice Gisella che alcune parole dell’appello “Se non ora, quando” che ha portato nelle piazze italiane e straniere un milione di persone di diversi genere ed estrazione, da dignità a moralità famiglia maggioranza sacrificio eccetera le procurano l’orticaria. Siamo pari: a me la procurano non tanto le parole ma le comparazioni con la stagione del femminismo delle incazzate, invocato a modello per giustificare le insofferenze delle femministe di oggi nei confronti “del manifesto del periodo fascista” a cui abbiamo aderito. Ma dice anche che il confronto fa bene alle donne. Non so se funziona anche quando si fanno accostamenti impropri con il fascismo, e comunque io non ci ho visto in quelle piazze lo spirito del femminismo storico sceso a reclamare parità ancora di là da venire, ma donne sdegnate e schifate dei comportamenti di una corte di potenti – del più potente in particolare, che dovremmo addirittura ringraziare per averci mostrato «cosa è oggi la politica» come se non fosse questo il punto – che calpestano la dignità (come chiamarla altrimenti, onore, rispettabilità, decoro …? e dove è scritto che esaltare la dignità equivale a «falso moralismo e contrapposizione di donne perbene e permale»? ha mai prevalso un giudizio “moralistico” nei confronti delle «vergini che si offrono al drago», per usare le parole della ex moglie, o non piuttosto la denuncia della deriva di inganni e violazioni della fiducia nella vita “normale”, per non dire “onesta” che sennò è moralismo, di giovani donne?) delle persone di sesso femminile, anche delle favorite elevate per meriti specialissimi a sogli ministeriali e perciò “obbligate” alla sottomissione? Ma infine, se niente di quello che ha sostenuto la manifestazione va bene, neppure la difesa della magistratura assediata e men che meno la pretesa delle dimissioni del peggiore «miglior premier degli ultimi 150 anni», quale l’alternativa che propone il movimento femminista duro e puro, che non si piega neppure all’evidenza dei cambiamenti di tempi e modi e situazioni e sentire delle donne? il nulla, il silenzio, l’accettazione anche se da incazzate dello stato di fatto, o magari il confronto, la riflessione nei cenacoli femministi dove si pensa bene e giusto, ma di calarsi nella politica sporca e cattiva neanche a parlarne? Anche per me molti punti di domanda, ma i sofismi mentre il mondo brucia non riescono a convincermi.

    • simona mafai ha detto:

      Cara Rosanna, forse è superfluo dirlo: ma sono pienamente d’accordo con te. Aggiungo: come tutti i movimenti innovatori, “le donne di febbraio” (mi piace chiamarle così) si collegano al passato, ma lo superano; prendono il testimone dal vecchio femminismo, che rispettano, ma non se ne fanno imprigionare. Sono fuori dai partiti, ma non cadono nell’antipolitica, tanto meno nel qualunquismo. Mi auguro con tutto il cuore che, senza bloccarsi dentro labirinti organizzativi e ricatti ideologici, continuino a muoversi e a gridare (contribuendo ad imporre il cambiamento politico del paese che auspichiamo).

  2. francesca traìna ha detto:

    Scusatemi, ma sento di dover invitare ad un confronto diverso, possibilmente più sereno e senza l’eccesso di emotività che avverto tanto nell’articolo di Gisella quanto nel commento di Rosanna. Care amiche, che ne pensate di una riunione sui temi posti? credo che gisella ci chieda una riflessione sulle parole che, è indubbio, hanno avuto nella storia personale e collettiva, un significato diverso da quello che oggi vorremmo attribuire loro. Vogliamo dare un senso a quelle parole? sono parole nuove o parole a cui vogliamo dare un nuovo significato? parliamone. C’è uno scadimento generale nel linguaggio che mi crea disagio. Non mi piacciono i dibattiti televisivi fatti da uomini che parlano delle donne e del loro corpo. Ieri sera, ad anno zero, ho sentito ambra angiolini dire: io non l’ho mai data! Io non sono Ruby.. Qualcuno dei politici presenti le ha ricordato che agli inzi della carriera aveva fatto film porno insieme alla Spaak. Non so se questo è il modo di affronatre i dibattiti sui temi politici gravissimi che investono il paese intero. Non mi piace la svolta che sta prendendo il dibattito che mi pare si stia giocando su di noi.

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