la mafia ha fatto scuola?

21 dicembre 2010 di: Simona Mafai

Bello il movimento degli studenti contro la Legge Gelmini (e contro il governo Berlusconi) sviluppatosi anche a Palermo. Ma alcune cose dispiacciono e sollecitano delle riflessioni. In un paio di scuole gli studenti occupanti hanno riempito di attak le serrature dei cancelli e delle porte, per impedire che gli studenti contrari alle occupazioni entrassero nelle aule per seguire le lezioni. Attak nelle serrature? Il metodo non è nuovo nella nostra bella città: solo che è stato, ed è, appannaggio degli esattori del racket che – nascondendo la faccia – minacciano i negozi che cercano di sottrarsi alla intimidazione del ”pizzo”. A quale giovane di belle speranze è venuto in mente di copiare tale comportamento mafioso?

Qualche giorno fa, su un giornale cittadino, è apparsa la foto di un gruppo di studenti “occupanti” messisi in bella posa: tutti con il cappuccio e il volto totalmente coperto dalle sciarpe, riproducendo (involontariamente?) l’ immagine di un qualche squadrone delle Farc dopo un rapimento. Sono questi i modelli politici ed estetici di alcuni spezzoni del movimento studentesco? Certo, episodi minimali: che hanno però un non trascurabile significato simbolico.

Un dirigente scolastico ha dichiarato: «Rivedrò tutti i programmi improntati alla legalità». Ha ragione. Se ne sono fatti tanti in questi anni: ed il risultato? Essi dovrebbero servire non solo a condannare la mafia, ma ad assumere (introiettandoli nel profondo) comportamenti conseguenti a tale condanna, che quindi non riesumino – dalle fognature materiali e mentali, che percorrono tuttora le vene dei nostri quartieri – uno spirito di violenza e sopraffazione, che (secondo me) non trova giustificazione neppure nella cosiddetta “rabbia” giovanile, a volte esaltata. Difesa e pratica della legalità significano acquisizione di una autentica e compiuta visione democratica, che include insieme fermezza nelle proprie idee e rispetto per i dissenzienti. Certo, è faticoso. Occorrono sforzo intellettuale e pazienza. Ma solo una pratica che rifiuti la violenza e faccia affidamento alle potenzialità del confronto e dell’argomentazione, potrà fare uscire l’Italia da quello che a volte pare il suo destino storico: un’alternanza di ribellismi di massa e di reiterati rigurgiti reazionari.

2 commenti su questo articolo:

  1. gisella modica ha detto:

    è vero, cara simona, sono modalità di protesta che disorientano, sopratutto perchè provengono da chi vuole opporsi al potere. Ma il potere, lo sappiamo, ammorba anche chi lo combatte, perchè non lo ha sconfitto dentro di sé. E’ la solita storia, genova e il G8 docet. Ma a Roma ieri, 22 dicembre, il movimento ha dimostrato che la gran parte non è d’accodo a queste modalità e “non si è fatto trovare là dove il potere voleva attirarlo”: nella zona rossa. Voi prigionieri nella zona rossa, noi liberi fuori , nelle periferie, gridavano. Tant’è che un giornalista ha parlato di corteo saggio, pacifico, creativo, femminile. Ragazze ovunque ad organizzare. Perchè è quì il punto. Ad organizzare le forme della creatività sono ragazze, a centinaia, ma a rompere vetrine e mettere l’attack sono pochi balordi che però conquistano la visibilità dei media. Ho ascoltato una ragazza giovanissima dell’Umberto che diceva: non riesco a capire perchè nel movimento noi ragazze ci siamo, e ci siamo con tutte noi stesse, ma ai vertici, e a parlare ci sono sempre i maschi. La storia a quanto pare si ripete. Ecco sarebbe allora interessante ascoltare queste ragazze sul tema della violenza , magari nel prossimo numero della rivista.

  2. Simona mafai ha detto:

    D’accordissimo, specie sulle considerazioni finali. Ci sarebbe per esempio da chiedersi: quante ragazze facevano parte della delegazione studentesca che si è incontrata col Presidente della Repubblica? A giudicare dalle fotografie apparse sui giornali, veramente pochine!

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