il gusto della libertà di Mario Monicelli

1 dicembre 2010 di: Giusi Catalfamo

E’ già stato detto tanto in ricordo di Mario Monicelli dall’altra sera, quando Fabio Fazio, che più volte lo ha voluto in Che tempo che fa, ha dato la notizia. Pregi, qualità del cinema di questo grande regista, testimonianze di chi ha lavorato con lui, di chi l’ha conosciuto o lo ha solo intervistato. La sua scelta definitiva è un’ulteriore testimonianza del suo voler essere libero fino alle estreme conseguenze. Non credo sia facile a 95 anni. Il silenzio è l’unico commento a questo suo gesto di ultima lucidità. Ma io qui voglio parlare di ciò che il suo cinema, nel tempo visto e rivisto, ha rappresentato per me; come ha segnato la mia adolescenza e le mie scelte successive.

Di Monicelli ho imparato ad apprezzare l’ironia, il suo essere caustico, lo sguardo impietoso verso un certo modo di essere italiani, il suo schierarsi con la ribellione, uno scatto di orgoglio anche da parte di chi ha scelto la codardia e la sottomissione, come stile di vita. In questo senso La grande guerra è quasi didascalico. Eroi senza volerlo, sono i suoi due grandi protagonisti Vittorio Gassman e Alberto Sordi: eroina, anche lei suo malgrado, è la straordinaria Monica Vitti di La ragazza con la pistola, veloce nella sua crescita, affrancandosi da un clichè che avrebbe voluto inchiodarla a un ruolo passivo e tradizionale di donna siciliana ferita nell’onore, rapita e mai riscattata, se non alla fine quando per lei il riscatto non ha più significato. E altrettanto impietoso è il ritratto degli uomini di Speriamo che sia femmina, salvando il gineceo di donne di varie generazioni, orgogliose di essere rimaste sole con la prospettiva di una nuova vita, sottolineato dalla frase che pronuncia la veterana del gruppo alla fine del film, quando la figlia le confessa di essere incinta «E allora speriamo che sia femmina».

E poi, andando più indietro nel tempo, gli dobbiamo eterna gratitudine per il Vittorio Gassman, condannato dal cinema nel ruolo di bello e impossibile, rivisitato da Monicelli in L’armata Brancaleone, in un esilarante ruolo di cavaliere con molte macchie e molte paure, immortalato in un gergo medieval-romanesco, spassosissimo. E ancora nel ladruncolo imbranato e balbuziente, impegnato, insieme ad altri compagni di sventura, a rapinare una banca ne I soliti ignoti. Devastando la casa attigua, riusciranno a rubare soltanto … pasta e fagioli, come commenteranno i giornali del giorno dopo. Altrettanto esilaranti gli altri della banda: Totò, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori, Claudia Cardinale. Impareggiabili tutti. E ancora mi preme ricordare l’ultimo Monicelli, impegnato in prima persona in avvenimenti come il G8 di Genova, il No B day, le proteste del mondo della cultura e degli studenti, testimonial di Rai per una notte, mai come special guest, ma come uno tra i tanti. Mi ha fatto effetto una sua frase: «La speranza è un meccanismo proprio del potere, ci vuole il riscatto, una vera rivoluzione. Il riscatto è doloroso e comporta sacrifici. Se l’Italia lo capisce, bene, se no che vada in malora». Per tutto questo non mi va di definirlo maestro della commedia all’italiana, è stato tanto, tanto di più.

1 commento su questo articolo:

  1. paolo.R ha detto:

    Un bel ricordo per Monicelli, denota competenza cinematografica ed affetto per un autore che ho veramente amato,

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