ma come un’aquila può diventare aquilone

1 settembre 2010 di: Elena Di Cesare

Vacanza a L’Aquila. Ne ho fatte tante qui, conosco bene la zona. Conoscevo bene la città. Prima del terremoto. L’ho visto in tv, il terremoto. L’ho vissuto attraverso amici e parenti e attraverso loro ho vissuto l’emergenza, i campi. Ho perso un familiare, vittima indiretta del crollo dell’ospedale. Ho visto il film Draquila. Le persone che conosco sono le più fortunate: non vivevano in città, hanno le case intatte e, almeno per ora non hanno problemi di lavoro. Non conosco chi ha avuto la casa distrutta, chi ha perso genitori o figli, chi vive sulla costa e chi non ha più lavoro. Ma i bambini ed i ragazzi mi parlano dei loro amici e compagni che non ci sono più, morti o lontani sulla costa, delle scuole prefabbricate e la mancanza di spazi in cui giocare e di attività che li allontanino dalla televisione. E gli anziani stanno a casa, quelli che ce l’hanno, gli altri semplicemente non si vedono. E L’Aquila?

Mezzogiorno. Attraversando la città percorrendo il corso principale (l’unica strada percorribile liberamente) mi vengono in mente ricordi, sensazioni, voci, idee, volti, parole …Non ci sono macerie per strada. I palazzi, antichi e non, sono messi “in sicurezza” con sistemi all’avanguardia, un mare di soldi speso per mettere in sicurezza edifici per i quali non si prevede nemmeno il tempo e la reale possibilità di restauro, edifici comunque inagibili e su strade permanentemente chiuse al transito. Edifici caduti, edifici sequestrati dalla magistratura. Le transenne che impediscono l’accesso alle vie limitrofe, sostanzialmente a tutto il centro storico al di fuori del corso, ogni accesso sorvegliato dai soldati; le transenne sono decorate da chiavi, foto dei luoghi prima del terremoto, ricordi, invocazioni d’aiuto, denunce, grida di dolore, grida d’impotenza … urla del silenzio.

Silenzio assordante, non c’è un’anima viva. I negozi semidistrutti hanno ancora i cartelli del giorno del terremoto La via dei cento passi: così è chiamato un tratto del corso. C’erano negozi, ristoranti, uffici, bar … gente, giovani che, a tutte le ore del giorno e della notte, animavano strade e piazze.I turisti vanno a fotografare il corso e la piazza centrale, sbirciano nelle stradine laterali sperando di vedere un po’ di macerie, ma sono accuratamente nascoste…; le macchinette scattano nella piazza del Duomo, la piazza del mercato del mattino, cuore della città. Facciate imbracate, facciate come quinte teatrali: dietro il nulla. Sul corso ci sono persino due bar ed un’edicola aperti! Si fanno fotografie con lo sfondo di questa Pompei il cui cuore batte ancora in un corpo in coma che sembra irreversibile.

Centro Commerciale “L’Aquilone”, alcuni chilometri fuori città, un centro commerciale uguale a tanti altri altrove. E’ stato il primo grande esercizio commerciale a riaprire dopo il terremoto. Oggi, a qualsiasi ora di qualsiasi giorno della settimana c’è gente di tutte le età che si incontra per una passeggiata, per andar per negozi, per prendere un gelato, bere qualcosa. La nuova piazza. Il nuovo punto di incontro. Ma non è L’Aquila. L’agorà, il cuore della comunità: fast food e macchinette, esposizione di infissi e gelaterie, giochi per bambini, negozi. «Ci vediamo all’Aquilone», prima ci si dava appuntamento a Piazza Duomo.Fuori, le case che non sono state danneggiate. E a un passo ci sono le new town (perché poi devono avere un nome inglese?), allora qualcuno le chiama “le case di Berlusconi”: agglomerati di palazzine su palafitte o moduli ad un piano costruiti su terreni agricoli o boscati. Pare che il Comune non sappia come gestire i servizi a rete per insediamenti disseminati in un territorio così vasto, così lontano dal centro e senza soldi da spendere.

Lavori in corso nelle campagne intorno a L’Aquila. C’è un grande movimento di operai e camion: si costruiscono nuove strade di collegamento. E rotonde. E’ impressionante la quantità di rotonde che si stanno costruendo «La città delle 99 chiese sta diventando la città delle 99 rotonde» dicono con sarcasmo amaro gli aquilani. E colpisce, in un territorio così ferito, dove le imprese chiudono e licenziano, il sorgere di capannoni industriali e strutture per centri commerciali. E tanti soldi spesi in rotonde fatte a tempo di record con le autorizzazioni della protezione civile.

E la città è chiusa. E la gente è disorientata. I punti di riferimento della comunità non ci sono più. E l’impressione è che nessuno voglia ripristinarli. Non si sa da dove cominciare e intanto si ascoltano le voci di tanti….«I bambini dormono con la luce accesa», «Mio figlio disegna sempre case crollate e il nonno morto», «Della mia classe quelli che si iscriveranno all’Università dell’Aquila sono solo due, gli altri andranno tutti fuori», «Noi anziani soli, non abbiamo niente da fare. Non si può sempre leggere e guardare televisione! Ho passato molti pomeriggi invernali a guardare fuori dalla finestra: almeno vedevo passare le macchine! Ma ora quella casa di legno mi ostruisce la vista ….», «Ho pagato tasse per 30 anni: l’elemosina me la sono fatta da solo», «Qualche professore dell’Università se ne sta andando. Se muore l’Università è la fine».

Dopo un breve soggiorno si torna a casa, ma ci si porta dietro un senso di vuoto, di impotenza, di rabbia e di tristezza, la voglia di lottare e ricominciare che luoghi e persone trasmettono. E vengono in mente, e nel cuore, le parole di una vecchia canzone di Lucio Battisti che, casualmente, si intitola L’aquila

ma come un’aquila puo’

diventare aquilone

che sia legata oppure no

non sarà mai di cartone no

cosa son io non so

ma un’auto che va

basta già a farmi chiedere se io vivo*

* Lucio Battisti, L’aquila – Album: Il mio canto libero (1972)

(albero mangia aquiloni, ricordando Charlie Brown)

1 commento su questo articolo:

  1. giovanni ha detto:

    notizie vere, scritte di chi sa la verità scritte con il cuore e con la testa servono per ricordarci, mentre là la terra trema, come tutto servì per una campagna eletorale e di affari,

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