banchetti surrealisti

26 settembre 2010 di: Monica Lanfranco

Mia madre, che ha iniziato come autodidatta la fotografia a oltre 40 anni e che oggi, dopo 25 di artigianato puro, è una delle fotografe di arte contemporanea più stimate, fu amica discreta e ultima ritrattista di Meret Oppenheim, unica donna di spicco del movimento surrealista.

Il suo contributo all’immaginario trasgressivo del femminismo, nel 1959, ben prima delle drammatiche performances di Marina Abramovich, con la sua camminata/corsa in piena nudità verso un uomo, fino a sanguinare entrambi nell’impatto violento dei corpi, fu la messa in scena di un banchetto nel quale la tavola imbandita era il suo corpo.

Su di sé, stesa immobile, aveva disposto cibo e bevande a cui si poteva attingere con le mani, una sorta di finger food party al quale parteciparono tre coppie.

Il senso che la Oppenheim voleva dare a questa irriverente proposta artistica era chiaro: il corpo delle donne è giunto ad essere talmente mercificato che può essere benissimo trasformato, all’occorrenza, in un piano utile sul quale appoggiare cibo per mangiare. Questo, tanto per ricordarlo, lo affermava nel lontano 1959.

Altro che femminile nutrice e poetica, così come voleva la retorica sul materno idilliaco: uno strumento, puro e semplice, ci ricordava l’artista, che dall’uso sessuale a quello di supporto può tranquillamente e in modo versatile essere utilizzato.

Ho moltissimi dubbi sul fatto che i gestori e la giovane che si è prestata come tavolino del locale vicentino nel quale la ragazza è stata usata come appoggia-tramezzini conoscessero la storia del banchetto artistico della Oppenheim.

Forse pensavano che fosse fico, come si dice oggi in mancanza di sinonimi, piazzare una bella tosa in posizione orizzontale coperta solo da paninetti: che trovata geniale per attirare simpatici avventori, già avezzi ai bar topless e stanchi di cotanta banalità, si saranno detti.

Nella storia umana, circa dal 1400, nulla di nuovo si inventa più, lavorando infatti l’intelligenza umana al perfezionamento della tecnologia disponibile.

Sempre domandandosi di fondo come può, pur ammettendo il bisogno di denaro, (ma ci sono sempre alternative, almeno qui e ora in Italia) una giovane donna pensare che sia solo un gioco leggero il prestarsi a fare da tavolino nuda con cibarie, l’altra domanda potrebbe essere questa: ci sarà mai fine al cattivo gusto e all’estetica pornografica della grettezza e della volgarità?

(Meret Oppenheim 1913-1985, Squirrel, 1969)

2 commenti su questo articolo:

  1. Mariella ha detto:

    D’accordo su tutto. Ma sono le donne che devono cambiare il mondo a partire da sé, dai contesti familiari nei quali vivono sottoposte al maschio di casa e dai contesti lavorativi. Gli uomini non cambieranno il mondo anzi ne stanno costruendo uno peggiore che è sotto gli occhi di tutti. Vogliamo per forza “salvarla” questa idea preconcetta di famiglia che ci somministrano fino a morire? smettiamola col sacrificio e passiamo dalla teoria alla pratica delle idee che sbandieriamo al vento e che nella pratica si traducono nell’asservimento al maschio. Sono stanca di teorie. Molte donne parlano il linguaggiop della consapevolezza fuori di casa, ma in casa è un’altra storia, mantengono un’impostazione patriarcale e quel che è peggio la trasmettono ai figli maschi… così la storia continua….

  2. Maria rosa l. ha detto:

    Ha ragione l’amica mariella. Il mondo deve essere cambiato dalle donne che hanno raggiunto coscienza di sé e che sono capaci di assumere comportamenti che non vadano nella corrente vistacome unica possibilità di mantenere il “quieto vivere” che sappiamo cos”è, ma donne che hanno il coraggio, dopo essersi ripensate come soggetti autonomi
    e consapevoli, di agire rivoluzioni in ogni contesto e prima in quello familiare se occorre. I nuclei familiari sono quelli che fanno registrare il maggior numero di violenze fisiche o psicologiche sulle donne e sui loro corpi, a meno che non si tratti di problemi “patologici” dove occorre intervenire diversamente, le donne devono uscire dal ruolo ghettizzante di “vittime”.

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