Gente di qualità

20 agosto 2010 di: Ricerca fotografica di MariaChiara Di Trapani

Kenny in his room, NY, 1979. ph Nan Goldin da ” I’ll be your mirror” , Ed. Whitney Muesum of American Art

Nan Goldin, fotografa americana, tra le più famose nel mondo, ospite dei musei e delle istituzioni culturali più importanti, quotata sempre di più, pubblicata da editori importanti

La sua storia brevemente. Giovanissima, una macchina fotografica in mano, riprende ossessivamente i fatti della vita nei suoi particolari più intimi dei suoi amici e fidanzati. Gente ai margini, droghe e violenza, solitudine e malattia. Lei fotografa per passione. Niente mostre o giornali.

Sino a che, un gallerista si accorge delle sue foto, le espone, le promuove e ciò che era una passione si rivela arte. Su di lei e la sua fotografia si è scritto molto.

Eppure, sfogliando i pesanti volumi che ospitano le sue immagini, non riesco a trovare molte foto che mi sembrino “belle”, spesso sono sfocate, mosse, i colori laidi. Non riuscirei a sostenerle davanti ad un gruppo di studenti, la sua composizione mi sembra casuale, eccetera.

Epperò mentro sfoglio i libri e mi dico che le foto non sono belle,  mi scoppia anche di dire: Ma come è brava, che brava fotografa, che sensibilità…

Lei mi trascina nel suo mondo, nel mondo che sconosco, che in molti sconosciamo, lo fa con amore e senza pudore.

Vivaddio.

” Exposed: Voyeurism, Surveillance and the camera” è il titolo dell’ esposizione in corso alla Tate Modern di Londra ( fino al 3 Ottobre 2010), dove un’ intera stanza è dedicata alla proiezione delle foto di Nan Goldin tratte da”  The Ballad of Sexual Dependency”, le immagini scorrono come in un film della durata di 42 minuti.

Di seguito la recensione dal Guardian sul lavoro di Nan Goldin in mostra.

A surprise awaits visitors to Tate Modern‘s new Exposed exhibition. File through the rooms devoted to concealed cameras and invasive photographs (from the efforts of the first paparazzi to shots of Japanese peeping toms roaming a park at night) and you come to a giant projector screen. Pictures of children in the bath appear, then teens in cars and bars, men with men, men with women, women with women, couples on beds (during sex, or after violent arguments), in wedding regalia, and finally a sequence of twin graves. These are intimate images and the pictures are closeups: that gap-toothed lunk perched on a toilet is looking directly at you. The Ballad of Sexual Dependency, as this 42-minute “film in stills” is called, is probably Nan Goldin’s best work. It captures what is most striking about her style – the willingness to take the side of her subjects (she always shoots people I have “some kind of love for”) and to address issues of gender (one of her themes is the pressure on men to behave like men, and where that leaves women). Goldin is the American photographer who baldly and bravely documented New York’s gay society, doing so not with a self-conscious political awareness, but as if she were creating a pictorial diary. The resulting images are messy (both in what they show and how they are composed) and sometimes kitsch. But we have enough elegant images taken by Olympians with Leicas: passion and engagement of the kind Goldin brings to her work is much rarer.

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