dove sono stata tutto questo tempo?

21 luglio 2010 di: Letizia Battaglia

Domenica di luglio caldo. Afa. Come si raggiunge da Palermo la città di Reggio? Naturalmente con il treno.

Che bellezza, da quanto tempo non salgo su un treno. Costeggerò tutta la costa, mi godrò la vista del mare.

Prendo un taxi. Niente tassametro. Per andare alla stazione è 15 euro, dice lui. Non lo sa che le tariffe sono aumentate? No, non lo so.

Alla biglietteria mi assicurano l’aria condizionata. Binario numero quattro, acquisto due bottigliette d’acqua fredda.

Tutti si affollano verso le due prime carrozze, la calca è dissuadente. Mi dirigo verso la terza, mi isso con il borsone superando gli alti scalini. Una folata di caldo da ferro rovente mi investe. L’inferno mi accoglie.

Mentre quasi collasso, mi viene da pensare agli immigrati nascosti nei tir. Mi verso l’acqua sulla testa, sui polsi, appoggio la bottiglietta fredda sul cuore.

Passa il controllore, gli chiedo dell’aria condizionata. Mi risponde che è guasta. Come, guasta? Signora, mi faccia lavorare.

Rimango attonita, non ho la forza di reagire, a malapena mi dirigo verso la toilette. Chiusa.

Attendo. Forse qualcuno sta male. Un piccolo allagamento di colore strano fuoriesce dalla porta.

Busso.

E’ guasta, mi dice un altro controllore con l’espressione del volto annoiata.

Mi faccia lavorare, sta per aggiungere?

Quasi quattro ore di tragitto infuocato – non guardo il mare, né il paesaggio, attraverso i vetri sporchi vedrei ben poco e poi sto proprio a disagio – alla fine del viaggio qualcuno mi dice che nelle prime due carrozze strapiene, l’aria condizionata funziona.

Finalmente a Messina. Mi precipito a prendere un taxi. Niente tassametro, 18 euro per portarmi alla Caronte. Vengo inghiottita dalla grande nave traghetto, assieme alle automobili. C’è un ascensore. Sono già rassegnata, pigio il tasto, inutilmente.

Non affronto con il peso del borsone le ripide tre rampe di gradini per arrivare in alto, me ne starò buona buona, nascosta tra le automobili, al buio. Il tragitto dura soltanto venti minuti.

Dopo due giorni, il ritorno. Un Express senza aria condizionata, ma c’è meno caldo e non si collassa. Così questa volta me lo guardo il paesaggio dal finestrino del treno.

Aiuto! Ma dove sono stata in tutto questo tempo?

In nome del turismo, delle vacanze, del guadagno, delle mazzette, le coste sono ricoperte sin dove è possibile dal cemento

Non riconosco più i luoghi. Mi colpisce in particolare il tragitto che partendo da Cefalù arriva sino a Fiumetorto. Pieno di case, a dieci a dieci tutte uguali, con il tettuccio spiovente da neve, messe in fila come le colombaie. Lottizzazioni in piena regola, centinaia di casette posate sulla terra senza che vi sia altro. Né alberi, né servizi. Nel disordine totale.

Un tempo qui c’erano aranci e limoni, qualche orto, qualche villa o casa di campagna.

Un tempo, quando?

Ero bambina e dal treno vedevo brillare il mare e la sabbia era tanta ed i pochi bagnanti mi facevano venire l’invidia perché quel bel mare se lo potevano godere.

Oggi cosa devo invidiare?

Scheletri di grandi edifici abbandonati, altri scheletri di fabbriche, posteggi pieni di auto polverose, spazzatura.

Le vedo pure arrivando a Palermo, le brutte case che da Brancaccio ci accompagnano sino alla stazione. Sporche, i balconi pieni di oggetti ammonticchiati, un disordine senza grazia.

Se fossi sindaco, li obbligherei almeno a levare i disordini, li obbligherei a dipingere le facciate e gli darei mille euro a ciascuno come contributo. Insomma, la prossima volta come ci vado a Reggio Calabria?

(Palermo, scheletri a Pizzo Sella)

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