del resto, Palermo… lo sguardo di una poeta

15 giugno 2010 di: Francesca Traìna

Al tacere delle vele ho solo i miei passi per deporre una pacata irriverenza sulla città. Un requiem trangugiato sopra una sordida panchina. Aspetto altre camminate sovrapposte alle mie o le gambe ondulate di un funambolo con gli occhi oltre la cortina dello smog. Beato funambolo.

Del resto l’estate è tornata a girare sul sellino d’una vecchia bicicletta. Ha l’aria stralunata dopo aver caracollato per le stazioni del mondo. A ritroso non ha incontrato primavera, in avanti non ha intravisto autunno e inverno disteso sul marmo sporco dei cieli attende il rinnovo del contratto scaduto sulla linea di ignote latitudini.

Ci lasceranno così. Disarcionate dal tempo. Orfane appena memori di aver avuto madre terra cielo mare e un sorriso – forse – come equinozio gettato alle ortiche di nulla.

Del resto ho solo i miei passi per cercare banchiglie di luce issate al crocevia da chi vendeva temporali intrecciati d’alba lasciati andare dall’angelo di tutti i mattini. A lungo guardammo Palermo degli arabi e dei salmi sgranocchiando cornetti ai bordi d’un mediterraneo imbronciato. Non era ancora sera sdegnata come adesso che invochiamo versi fioriti nel mese degli abbandoni per non abbandonare mai.

Del resto era solo un canto disseminato nella conca di gialli e di verdi come limoni antichi come rose addossate ai nostri per sempre. E non c’è posto dove stare per un ritorno di brezze dalle narici al cuore. Si può solo vomitare sul catrame e sperare in un refolo che sia refolo che venga dal mare e che sia mare.

Ci lasceranno così. Tra arrivederci e addii. Con la cicuta del gelo. Nella diroccata malinconia che nessun verso potrà mai compiere. In questa Palermo consegnata alla bufera. Contraddittoria come la mano che s’agita tra il chiuso e l’aperto mare per acchiappare un sogno occhieggiante dai buchi delle scarpe di un clochard. Nella falsa sostanza di un’idea che stringe la mente in aberranti superstizioni malgrado lassù – sotto l’altare della Santa – qualcuno ancora preghi.

(Storia Patria, atrio)

3 commenti su questo articolo:

  1. adele s. ha detto:

    è bello e particolare questo articolo, mi sono commossa molto anche quando lei ha scritto il racconto di nina e un altro articolo su palermo. Che bello leggere queste cose, che belle parole! è brava deve avere tanta sensibilità. perchè non scrive più spesso? grazie.

  2. Maurizio ha detto:

    Con le tue parole di velluto ci costringi, come sempre, a riflettere!
    Intensa insoddisfazione? Quando iniziamo un’opera di riorientamento che impegni gran parte delle nostre forze e ci porti a ritornare in noi stessi e a ridefinirci? Guadagneremo un modo di stare nel mondo più consono alla nostra natura e di conseguenza serenità e gioia.
    In fondo ognuno porta in sé il seme di ciò che può diventare. Spesso finiamo col dimenticare chi siamo, di cosa siamo capaci e “ci perdiamo per strada”. Ma ritrovarci e realizzare un progetto di vita è possibile.
    Anche a Palermo!

  3. G. R. ha detto:

    è vero, le parole di francesca t. sono sempre ma dolci e forti, hanno anche una certa saggezza e qualcosa che entra dentro e non si dimentica. La seguo molto anche se lei non mi conosce, ho letto i suoi libri e conosco la delicatezza dei suoi versi. L’ho sentita anche parlare una volta di Alda Merini e di recente di Antonia Pozzi. La passione che mette in quello che dice e scrive la trasmette dando quell’emozione forte che oggi è difficile trovare. C’è una sua poesia che tengo sempre con me e che mi ha aiutato in un momento difficile della mia vita, per questo le sono grata.

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