com’è triste Palermo

11 maggio 2010 di: Francesca Traìna

Sarei rimasta a guardare i vicoli di questa città ignorando la bastarda bagarre dei suoi traffici, lasciandomi accecare dal suono di fontane inattese. Sarei rimasta sgretolata tra i meridiani di gialle facciate colme di crepe, stanche di troppi anni. Sarei rimasta a stemperare rabbia nelle dismesse cabine del telefono, nella malinconia di un cielo trascurato. Sarei rimasta nell’apogeo di uno sdegno che si accende quando è sera e fa luce al posto delle luci spente di questa città senza luce.

Sarei rimasta a guardare cumuli di sporcizia addensata agli angoli di strade innominate. Sarei rimasta a guardare piccole sagome di uomini e donne entrare e uscire da sacchi neri bianchi variopinti con in mano fiori di plastica e avanzi anneriti di lauti banchetti riversati per le strade. Sarei rimasta a guardare gatti famelici e grassi topastri barcollare nella notte di cenere e flauti.

Com’era triste Palermo stamattina e com’è triste Palermo stasera mentre aspetto che annotti e il tanfo s’appresta a vagare rappreso alla brezza del mare. Com’è bassa la luna stanotte. È scesa a toccare il piano più alto di un rotto palazzo per dire anche al cielo che è vero, è vero lo sporco, è vero il degrado, è vero la squallida piazza di bottiglie vuote in fila per una, per due, per tre. È vero che è questa Palermo vista dall’alto, vista da qui, vista da lì, vista dal mare, vista.

Sarei rimasta a guardare l’orizzonte sul litorale dissestato per smarrire il canto e cedere all’urlo, all’andatura scoscesa di rime diverse. Sarei rimasta a guardare i vicoli di questa città tra la nudità della pioggia e la possibilità di rinascita. Ma c’è una speranza poggiata sul greto stanco degli occhi, sulle costellazioni mutilate, sullo stelo dei ponti fino agli imbarcaderi. Le parole forti e i venti del sud risalgono a noi dai quartieri annegati. Si può ancora andare con passi spaiati là dove sboccia l’anemone per riprenderci i prati e salvare quel che è restato dopo la mattanza dei gelsomini.

(Palermo, viale della Libertà nel 1932)

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3 commenti su questo articolo:

  1. adele ha detto:

    Molto bello e molto poetico questo articolo, anche se mette in evidenza il degrado di palermo lo fa in un modo nuovo che mi piace molto. Brava.

  2. Lorella ha detto:

    Solo la poesia può nobilitare la “munnizza” e farne motivo di struggimento dell’anima. Complimenti. E’ come se fossi stata costretta a vedere il pattume dentro l’essere. Quello fuori per le strade, dopotutto, è soltanto un’epifania. Non avevo mai dato un senso così profondo alla sporcizia della mia città. Grazie.

  3. pina mandolfo ha detto:

    Francesca, il tuo articolo mi piace, mi fa riflettere èdenso di appassionata consapevolezza. Come sempre cogli nel segno. Parli per ognuna di noi che spesso per mancanza di tempo riflettiamo ma siamo costrette da altre priorità. Leggendoti so che la sporcizia di questa città deve essere nel nostro ordine di priorità. Devo dire che è un sintoma di un male profondo che rifiuta l’armonia e la bellezza che sola ci farebbe vivere meglio
    Brava. Grazie e grazie anche per il bel pomeriggio dedicato alla Pozzi. Ti ho ascoltata con trasporto senza perdere un solo momento il filo del tuo discorso.
    Un bacio,
    Pina Mandolfo

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