ipocrisia della libertà

27 aprile 2010 di: Monica Lanfranco

I diritti delle donne non sono ancora considerati diritti umani. Sono sicura che in nome del rispetto per il multiculturalismo a nessuno, a sinistra, verrebbe in mente di accettare la richiesta della comunità cinese, in Europa, di applicare la pena di morte in caso di reati che coinvolgessero persone cinesi, adducendo a motivo che nel loro paese la pena di morte esiste. E invece, se si tratta di donne, e in particolare di corpo delle donne, di sessualità femminile, di visioni delle relazioni tra donne e uomini tutto cambia.

Dal senza se e senza ma si passa ai moltissime se e agli infiniti ma.

Accade che se in Francia si decide di bandire dalla scuola pubblica i simboli religiosi, (tutti, dalla kippa ebrea alla croce cristiana e al velo islamico) si scateni l’anatema da parte della sinistra radicale e di parte del femminismo per il non rispetto della libertà delle donne, come se non ci fossero anche le libertà dei cristiani e degli ebrei in gioco.

Il paradosso è che si sprecano le lodi culturali del velo proprio da parte di molte donne progressiste, che lo difendono a volte come legittimo vessillo di orgoglio antioccidentale a volte come segno di legittima bandiera di quei valori tradizionali patriarcali tanto combattuti dalle progressiste stesse nella cultura cattolica. Una paradossale incongruenza logica, storica e politica.

Queste donne tanto desiderose di difendere la copertura del corpo delle loro sorelle musulmane sono definite così dall’attivista iraniana Chahdrortt Djavann, autrice di Bas les voiles (Giù i veli): «Piccole smorfiose che si convertono al velo per gioco, senza preoccuparsi di ciò a cui condannano – così facendo – le loro sorelle più giovani, o meno libere: la schiavitù più brutale e più arcaica».

Ora che in Francia il burqa diventa illegale, perchè giudicato incompatibile con la Repubblica in quanto «attentato alla dignità della donna» e che in Belgio si sta discutendo un analogo provvedimento persino Human Right Watch, per bocca di Judith Sunderland si dice preoccupata che, «in un momento di grande debolezza dei musulmani in Europa le donne siano considerate criminali». Il problema enorme che io ravviso in un dibattito mai partito davvero in Italia circa il significato politico della copertura del corpo delle donne, imposto da una visione fondamentalista della religione musulmana, e non condivisa da tutto il mondo musulmano, è che non c’è coraggio. C’è paura di passare per razziste, ora che in questo paese la destra e in particolare la Lega la fa da padrona. Allora è tutto un distinguo tra velo e burka, e si tira in ballo la libertà di scelta. Ciò che penso è che poco importa se si tratta solo della copertura della testa o dell’intera persona, perché al di là della questione tecnica della ‘sicurezza’ rappresentata dal burka è inutile cavillare sui centimetri: si tratta comunque di avallare una visione secondo la quale le donne sono, da una parte, pericolose per la loro sessualità nello spazio pubblico misto e dall’altra che possono solo mostrarsi nature ad un uomo, il legittimo marito, dimostrando così la dote indispensabile per una buona donna: la modestia.

Il mercato si sta rapidamente e con grande entusiasmo adeguando a questa esigenza: la Costa crociere, affamata del denaro dei ricchi sauditi, ha già annunciato che sulla sua prossima ammiraglia ci saranno spazi per la preghiera islamica e luoghi separati per donne e uomini, mentre proprio in questi giorni si stanno ultimando le pulizie nelle due spiagge del litorale emiliano (amministrato dalla sinistra) off limits per gli uomini che aspettano le signore islamiche con i loro bambini maschi al di sotto dei 12 anni. Anche in Sudafrica c’erano le spiagge separate per bianchi, e si urlava giustamente alla segregazione razziale.

Saranno i miracoli della libertà di scelta e della democrazia.

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